Problemi della ricerca-azione

Una finestra sulla vita reale
L’action research costituisce indubbiamente un metodo  importante e fecondo, che ha prodotto e produce una grande quantità di idee e informazioni sulla vita psicologica e sociale in determinati ambiti. Una ricerca-azione è come una finestra aperta su lati dell’esperienza che altrimenti resterebbero ignoti o misconosciuti.

Ad esempio, quando si fa un lavoro di ricerca-azione in un’organizzazione, si scopre il funzionamento reale di questa. Emergono i comportamenti quotidiani delle persone che ci lavorano, i problemi che incontrano, gli ostacoli che impediscono di risolverli, le loro reazioni abituali e via dicendo. Questa è la vita organizzativa reale. Di solito però le persone che lavorano nell’organizzazione, a cominciare dai manager e dai vertici, la ignorano. Pensano che l’organizzazione sia quella formale, quella dei ruoli, dei regolamenti, degli obiettivi ideali, di quanto è scritto sullo statuto o su altri documenti.

Anche se ha il grande merito di farci addentrare nella realtà di pezzi di mondo, l’action research presenta evidenti punti deboli sul piano epistemologico, cioè come metodo per ottenere conoscenze scientificamente fondate.


Il problema del ricercatore
Nel lavoro di ricerca-azione il ricercatore è limitato in quanto ancorato ad un dato orientamento e troppo coinvolto. Ad esempio, quando fa un intervento in un’organizzazione lavorativa, parte con certe convinzioni su come l’organizzazione andrebbe migliorata ed è preoccupato di  ottenere determinati risultati. Perciò finisce per essere attento a quegli aspetti dell’organizzazione che dal suo punto di vista sono interessanti e ne trascura altri. Il suo è uno sguardo selettivo e parziale. Il ricercatore è anche vincolato negli interventi che fa.

Per certi aspetti la ricerca-azione somiglia all’esperimento sul campo. Ad esempio, quando interviene a promuovere cambiamenti in un’organizzazione, chi fa ricerca-azione si comporta in modo simile allo sperimentatore che va a manipolare determinate variabili di quella realtà per vedere se e come conseguentemente se ne modificano altre. Tuttavia, diversamente da chi fa esperimenti sul campo, chi fa ricerca-azione non è libero, ma vincolato dagli obiettivi pratici da raggiungere. Non può manipolare qualsiasi variabile e non può scegliere le variabili da manipolare sulla base dei suoi interessi di ricerca. Deve intervenire a manipolare quelle variabili che possono portarlo ai risultati pratici da raggiungere. L’interesse pratico prevale su quello conoscitivo.


Il problema delle sue teorie
Se confrontiamo ricerca-azione e esperimento sul campo, scopriamo un’altra differenza importante. Oltre che vincolato dai propri obiettivi pratici, nella ricerca-azione il ricercatore non ha un adeguato controllo della situazione sperimentale. Nell’esperimento sul campo tenere sotto controllo la situazione e impedire che variabili non controllate influiscano sui risultati è più difficile che nell’esperimento di laboratorio. Comunque è possibile e il ricercatore riesce in qualche modo a rendersi conto se ci sono state interferenze che hanno falsato i risultati. Nella ricerca-azione controllare la situazione è praticamente impossibile.

Il ricercatore si concentra sugli obiettivi pratici da raggiungere e lascia che le cose vadano come vanno. Non può dire perciò se un evento è legato a un altro o se è il risultato di un’interferenza non considerata. Arriviamo così al punto più critico dei fondamenti epistemologici dell’action research: il problema della validità di costrutto. Di solito i ricercatori di action research concludono che certe loro teorie o ipotesi erano vere in quanto gli interventi basati su quelle teorie e ipotesi hanno dato buon esito.Si tratta però di un procedimento logicamente errato. È stato il fisico francese Pierre Duhem a mettere in evidenza questa difficoltà epistemologica,sostenendo che nelle scienze non ci sono experimenta crucis, cioè non è possibile dimostrare la validità di un’intera teoria o di un intero approccio con un esperimento cruciale. Tra la concezione che guida l’intervento e il fatto di ottenere certi risultati o altri ci sono di mezzo molti anelli teorici, ognuno dei quali andrebbe provato. Di conseguenza non possiamo dire che, siccome l’intervento progettato sulla base della teoria T è andato a buon fine, la teoria T è provata. Dovremmo ricostruire tutti i passaggi intermedi e dimostrarli tutti, ma questo non si può fare in un’action research.

In realtà i risultati dell’action research ci danno informazioni sulla validità operativa delle pratiche di intervento dei ricercatori e dicono molto meno circa la validità delle loro teorie. Può darsi che la modalità di intervento sia efficace – e per questo vale la pena di tenerla in considerazione e attuarla –, ma che la teoria sia sbagliata e costituisca solo la razionalizzazione con cui il ricercatore legittima il suo operato. Del resto è questo il limite epistemologico del pragmatismo, che, riducendo la verità alla pratica, mescolando piano intellettuale e operativo, svuota di fatto le teorie di significato e forza.


Il problema etico
Da un punto di vista etico l’impiego dell’action research richiede prudenza. Bisogna fare attenzione a non condurre troppo disinvoltamente interventi sulla realtà sociale allo scopo di capire come stanno le cose. Non si può correre il rischio di trasformare la vita reale in una sorta di laboratorio.

Il problema si pone soprattutto quando l’orizzonte è ampio, cioè quando si fanno interventi su larga scala, ad esempio quando si progettano politiche sociali (in campo educativo, sanitario, assistenziale, di rapporti interculturali, ecc.). È discutibile e pericoloso che lo scienziato sociale pensi anche lontanamente di promuovere determinate politiche sociali a scopo di ricerca. Anche se può sembrare paradossale, è più etico che decida la politica sociale un funzionario o un uomo politico privo di quelle conoscenze e di quegli interessi dello scienziato.

Questo non significa che allora non c'è spazio per una ricerca-azione etica, ma solo che conviene limitarsi a intervenire in ambiti piuttosto ristretti e farlo con prudenza e diligenza.

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